Lui è un sognatore, lei una giovane donna desiderosa di poter decidere del suo futuro. Si incontrano sul lungofiume di San Pietroburgo in una di quelle notti, le notti bianche, in cui in Russia il sole tramonta dopo le 22. È l’inizio di qualcosa, non una semplice storia d’amore, ma la storia di un incontro che rovescerà le carte in tavola del nostro protagonista. Illuso, disincantato, alla ricerca della perfezione, acceso da desideri oscuri e insaziabili, incontra lei, Nasten’ka, che non ha nulla da dare in cambio se non il racconto della sua vita.

Qui sta tutto il fascino delle storie di Dostoevskij, i suoi personaggi da Delitto e Castigo a Notti bianche, non hanno altro da donarsi se non il loro passato, la loro storia ricca di amore, passione, dolore e peccato. Nella narrazione di questo ieri lontano, che diventa uno scambio parola dopo parola, avviene sempre un mutamento di prospettiva nello sguardo dei personaggi. Troppo concentrati su se stessi si aprono a chi ha tagliato loro la strada così improvvisamente.

Nasten’ka si imbatte in quest’uomo così per caso, quando il sole, soltanto per qualche notte, illumina ancora le strade di San Pietroburgo durante la tarda sera. Ma le notti sono bianche anche perché non è possibile dormire dopo la rivelazione della verità della nostra vita. Questo accade all’anonimo sognatore che, preda della solitudine e dell’inquietudine, scopre cosa sia la vera beatitudine dopo l’incontro con Nasten’ka.

Il sognatore, catturato per l’appunto dai suoi stessi sogni, non vive la realtà, ne è completamente estraniato e lo è volontariamente: si illude di aver trovato la felicità nelle sue immaginazioni. Nasten’ka ha invece un carattere pragmatico, vive all’opposto, e non è un caso che Dostoevskij voglia raccontare la sua vita passata che, a conti fatti, non sembra essere di grande importanza nello svolgersi della vicenda. Ma lo diventa per il sognatore.

Nasten’ka è un terremoto per l’uomo e i suoi sogni, e anche il racconto del passato non fa altro che radicare questa figura femminile nella realtà da cui il sognatore vuole fuggire. L’epifania che infine vive l’uomo è salvifica. Desidera la donna, ma non può averla. A che scopo questa pena? Sembrerebbe aprirsi un finale tragico, ma così non è.

Anche se solo per quattro notti, questa donna lo accompagna e l’opportunità avuta dal sognatore di essere afferrato e gettato nella realtà per ora basta. Nasten’ka può anche uscire dalla scena. Il sognatore ha visto cos’è la realtà (Nasten’ka) e può decidere se viverla o meno.

L’opinione alternativa a un finale del genere potrebbe anche essere più negativa. È spesso facile pensare di non meritare o non ricevere mai la felicità, ma la domanda puntigliosa e intelligente di Dostoevskij, maturata durante quattro notti bianche, spinge a chiedersi se si è in effetti capaci di riconoscere anche i piccoli momenti di felicità che nella vita si vivono senza a volte venirne soddisfatti. Sono momenti che finiscono, ma che lasciano certamente un’impronta decisiva. Allora la domanda sarà: non meritiamo la felicità o semplicemente non la vediamo intrappolati nella rete delle illusioni e dei sogni?

«Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! È forse poco, sia pure per tutta la vita di un uomo?».

 

Sogno e realtà nelle "Notti bianche" di Dostoevskij

Clicca sul link e
ordina una copia
dell’edizione di “Notti bianche”
a cura di Schegge Riunite.